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29 marzo 2008 Michela Signori / Jolefilm IL SERGENTE Viaggio nella memoria dedicato a Mario Rigoni Stern
Marco Paolini Il Sergente Marco Austeri maestrino di scena direzione tecnica Marco Busetto consolle luci Monia Giannobile consolle audio Roberto Grassi progetto scenico Andrea Violato contributi musicali registrati: Uri Caine esegue al piano musiche originali per Il Sergente; Mario Brunello esegue al violoncello Alone di Giovanni Sollima, Marco Paolini e i Mercanti di liquore cantano Il sergente nella neve (dall’album Sputi, 2004) Questo spettacolo prende vita e ispirazione dal libro scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve (1953), racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Ambientato nell’inverno 1942-43, affronta uno degli episodi più drammatici nella storia del nostro esercito: la ritirata dei soldati attraverso la taiga russa. Ormai allo sbando e circondati dall’Armata Rossa, i personaggi del racconto, reali e non di fantasia, guidati dal giovane sergente, cercano di sopravvivere durante la ritirata, passando da un villaggio all’altro con alterne fortune. E proprio grazie alla sensibilità dell’autore, facciamo la conoscenza di esseri umani profondamente sconvolti dal conflitto ma che mantengono fino in fondo la propria dignità. Per Mario Rigoni scrivere è stato un anticorpo alla disumanità. Ecco, forse quello che sto cercando è un anticorpo alla disumanità della condizione di spettatore. È un’illusione credere di esser spettatori di una guerra lontana perché quando pensi di essere spettatore, sei vittima senza saperlo. Senza la coscienza che non puoi chiamarti fuori, che se rimuovi questa cosa dalla tua vita, stai già scivolando in una perdita. Mi ritrovo nella voglia di non arrendersi che era di Rigoni e dei suoi alpini, ma non come gesto di eroismo, lui marciava nella neve portandosi in spalla il peso tremendo delle armi. I volantini russi dicevano: italiani, siete a quattromila chilometri da casa, arrendetevi. Chi si arrendeva all’evidenza della realtà, alla stanchezza, chi rinunciava alle armi che aveva, a oliarle, pulirle e tenerle in efficienza, era finito. Io penso che la democrazia sia la nostra arma, quella che ha bisogno di manutenzione, e la dobbiamo curare. Il Sergente non è un lavoro di denuncia ma non è nemmeno un medicamento per l’anima perché credo che il teatro non possa essere né terapia né antidoto. Penso alla possibilità di attingere all’esperienza, e che questo serva alla memoria, serva a prepararsi meglio ad affrontare le cose. Un teatro forse come addestramento, come istruzione. Marco Paolini
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